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Strigoli veri e falsi strigoli

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Con questo termine fino ad una quindicina di anni fa si indicava esclusivamente un’erba selvatica (Silene vulgaris o inflata o venosa o cucubalus), appartenente alla famiglia delle Cariofillaceae, genere Silene, che nei vari dialetti si poteva trovare anche con i nomi di stritoli, bubbolini, coietti, verzini, verzitt, erba scoppiettina, ciocchetti, sclupit, erba del cucco, silene rigonfia e altri ancora. Questa molteplicit di nomi dialettali locali, il segno implicito della sua popolarit presso la gente di campagna, che l’ha sempre apprezzata come una delizia della mensa. Una nota casa sementiera ha addirittura messo sul mercato i semi della Silene col nome appunto di “strigoli”, da utilizzare per gli orti familiari. Il nome del genere (Silene) deriva chiaramente da Sileno, divinit panciuta, come panciuti sono i calici di questo genere di piante, da cui deriva anche il termine botanico “inflata”; il nome “cucuba1us” ricorda invece il cuculo, annunciatore della primavera, corrispondente al periodo della comparsa della pianta, mentre quello di “strigoli” deriverebbe, secondo alcuni, dal fatto che le sue rosette fogliari, carnose e tenere, se fatte rotolare fra le dita stridono (strigolano), mentre altri lo fanno derivare dall’uso che probabilmente ne facevano le streghe nelle loro pozioni magiche, per cui veniva chiamata anche “erba delle streghe”. In alcune localit del Viterbese prendono anche il nome di “ammazzamogli”, per il fatto che dopo cotti si riducono notevolmente, e quindi danno l’impressione che la donna che li ha cucinati abbia avuto la visita dell’amante. Per coloro che si dedicano alla raccolta delle erbe selvatiche diciamo che si tratta di una pianta perenne, con una grossa radice nodosa, di proporzioni talvolta enormi, lunga anche mezzo metro, con diverse diramazioni della grossezza di un pollice, che si ramifica e striscia emettendo ciuffi qua e l che arrivano a formare dei piccoli cespugli. La pianta quando adulta pu raggiungere l'altezza massima di 60 cm ed facile riconoscerla soprattutto perch le sue infiorescenze bianco?rosee hanno il calice rigonfio a mo' di palloncini penduli, pieni d'aria, segnati ognuno da 20 distinte nervature; questi, se serrati tra le dita o schiacciati sulla fronte come facevano un tempo i bambini, producono un piccolo scoppio. Il fusto, ascendente e glabro, quando viene tagliato emette una sostanza biancastra appiccicaticcia. Le foglie sono a forma di lancia, contrapposte a coppia, prive di picciolo, lisce, glabre e un po' carnose; strofinate tra le dita danno una caratteristica sensazione tattile che ricorda quella delle foglie di cavolo, da cui deriva il termine dialettale di “cavoli della comare”. Cresce in abbondanza nei prati, sia abbandonati che falciati, nelle vigne, nei campi seminati e nelle zone incolte, dalla pianura alla collina e in montagna fino a 2.000 metri di altitudine, per cui se ne pu raccogliere una quantit notevole in poco tempo. A marzo fra le prime erbe a comparire. Per l’uso in cucina bisogna coglierla quando ancora tenera, prima che siano visibili i boccioli. Se si raccolgono i getti teneri, la pianta ne emette degli altri in abbondanza e nei prati falciati tra le prime erbe a rispuntare. Sono proprio i getti primaverili, raccolti quando la pianta non ancora in fiore (marzo-aprile), noti col nome di “coietti, che vengono consumati un po’ ovunque come fossero asparagi, per fare delle ottime frittate. Le foglie vengono invece consumate come fossero spinaci, quindi strascinate in padella ma, soprattutto in Veneto, vengono aggiunte ad altre erbe per fare minestroni, minestre di riso e zuppe varie. Alcuni la consumano anche cruda nelle insalate, frammista ad altre verdure (tipo misticanza), perch ha un gradevole sapore agretto che stimola l’appetito e la digestione. In Romagna si utilizza come colorante nella pasta verde all’uovo o come aromatizzante nei tortellini di ricotta. Una ricetta piuttosto moderna la impiega rosolata nel burro per preparare un originale risotto. Tutto questo, come dicevamo all’inizio, fino ad una quindicina di anni fa, quando gli appassionati di ricerche su internet, cliccando il termine “strigoli” avrebbero ottenuto una serie lunghissima di siti riferiti agli strigoli come pianta selvatica. Oggi le cose sono cambiate completamente, al punto che andando a cercare lo stesso termine su internet troverete che ai primi posti, sotto il nome di strigoli non pi presente la pianta selvatica, ma comparir un elenco lunghissimo di siti che si riferiscono ad un tipo di pasta simile alle trofie, che non si capisce come possa essere stata identificata con le foglie di questa graziosa piantina. Approfondendo la ricerca su questo tipo di pasta abbiamo scoperto che si tratta di un prodotto industriale nato nella zona del Trentino e inizialmente commercializzato da una Societ austriaca. Per cui gli strigoli (pasta) sono ormai entrati nell’ambito dei prodotti che i ristoratori attuali acquistano dalle varie societ che commercializzano prodotti gi pronti per la ristorazione, come le paste ripiene (soprattutto quelle al sapore di tartufo), formaggi fusi per condire le pizze, carni gi porzionate provenienti da altri continenti, suppl, polpettine, manicaretti contenenti ogni bendiddio, pronti per essere fritti e serviti come antipasti. In conclusione possiamo affermare che anche gli “strigoli-pasta” fanno ormai parte del folto gruppo dei tanti falsi che l’Accademia ha voluto evidenziare con la pubblicazione del prezioso libro edito recentemente. Ma per ovviare a questa babilonia di nomi perch non pubblicare una specie di dizionario con i termini dei vari prodotti divenuti ormai classici, (imponendoli ai produttori), lasciando ai ristoranti e trattorie tradizionali la libert dell’uso di termini dialettali solo quando si usano prodotti artigianali di produzione locale?

 

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