Sei in: Home LA NOSTRA STORIA A TAVOLA Il Cenone dei poveri
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Tuscia in Tavola

Ricette, curiosità, tradizioni gastronomiche

arte in cucina

Il Cenone dei poveri

E-mail

Il Natale, oltre ad essere la pi grande festa di tutta la cristianit, una volta era anche famoso per il lungo Cenone della Vigilia che in alcune localit si protraeva fino al giorno successivo o addirittura fino a S.Stefano, nel senso che la tavola rimaneva imbandita ininterrottamente per tre giorni. Si coglieva infatti l'occasione per fare una grande mangiata, cosa che in passato accadeva piuttosto raramente e soltanto in coincidenza con particolari festivit. Grande lavoro logicamente per le donne di casa, che per tutta la giornata rimanevano intorno al fuoco a cucinare l'interminabile quantit di pietanze. La fantasia delle massaie si sbizzarriva a tal punto che la combinazione dei vari piatti risultava diversa non solo da regione a regione, ma anche da famiglia a famiglia. Si iniziava con un primo piatto, in genere pasta asciutta, classiche le linguine con sugo di pesce o di tonno, ma potevano esservi anche zuppe di legumi, come quella a base di ceci, della quale parleremo pi avanti. Trattandosi di vigilia era obbligatorio mangiare di magro, e quindi uno dei pezzi forti del menu era a base di pesce. Pesce fritto, pesce arrosto, pesce in umido, tutto pesce. E logicamente pesce di mare per le zone costiere, pesce di lago, soprattutto anguille o meglio ancora capitone, nei paesi circostanti il lago di Bolsena e di Vico e baccal nelle famiglie pi povere. Seguivano poi una serie di frittelle, quelle per intenderci con la pastella, che per rispettare una certa ritualit dovevano essere di sette tipi diversi. Questo numero, o un suo multiplo, lo ritroviamo infatti in molte regioni dell'Italia centro-meridionale, fino ad arrivare addirittura, in alcune localit, alla rispettabile cifra di ventuno. Le frittelle pi caratteristiche del viterbese erano quelle a base di broccoli, di zucca gialla, di sedano, di cardi, di borragine, di pastinaca, un'erba selvatica quest'ultima, simile alle foglie delle carote, che ormai diventata quasi introvabile. Le altre potavano essere fatte con le mele, il baccal e con altre erbe disponibili in casa. Il finale era come sempre a base di dolci; ma trattandosi di un cenone, anche in questo caso non si faceva economia, per cui sulla tavola erano presenti contemporaneamente numerose variet. Tradizionale un Pane dolce [si mangiava a Natale?], a base di miele, frutta secca, farina bianca o gialla e altri aromi, che a seconda dei paesi prendeva il nome di Pangiallo, Pane del Vescovo, Panpepato, Pizza di Natale, poi c'erano le Nociate, i Ceciaroli (la cicerchiata)e i Ravioli dolci, con il ripieno ai ceci, alle noci, o alle castagne, oppure una sorta di tortiglione farcito a forma di anguilla chiamato "Capitone dolce". Ma il dolce veramente tipico della Tuscia, erano i "Maccheroni con le noci", a base di fettuccine fatte in casa o linguine, che dopo averle cotte in acqua venivano condite con cioccolato, pane di miele grattugiato, noci tritate e zucchero, quindi pressate nel piatto di portata e servite fredde, tagliate a fette di un certo spessore. Poi con la pancia piena e la mente non sempre lucida, a causa dei fumi dell'alcol, si andava tutti alla messa di mezzanotte ad aspettare la nascita di Ges Bambino. Tornati dalla messa, spesso ci si riuniva di nuovo intorno al camino, dove, al calore dello scoppiettante ceppo natalizio, si completava il pantagruelico men, sgranocchiando frutta secca, castagne, tozzetti, nociate e altri dolci ancora, aiutati da un fresco vino novello o dal dolcissimo mosto conservato per l'occasione. Ma anche in questa occasione particolare, non tutte le famiglie potevano permettersi un men cos ricco e vario. Ed ecco allora venir fuori alcuni piatti a base di alimenti allora considerati poveri. Il pesce pi economico era a quei tempi il baccal, o il pesce di lago di scarso valore commerciale, ma il cibo povero per eccellenza erano considerati i ceci.. Conosciuti fin dai tempi degli antichi Egizi, il loro uso si diffuse poi in tutti i paesi mediterranei. Ma in Grecia, come a Roma e poi durante tutto il Medioevo, furono sempre visti con una certa diffidenza poich insieme alle cicerchie potevano a volte determinare una sindrome tossica, il "latirismo", con disturbi a carico del sistema nervoso. Forse anche per questo furono sempre considerati un cibo plebeo e talmente povero, che ancora oggi, riferendoci ad un persona in cattive condizioni economiche, si usa dire che "deve contare anche i ceci". Dalla povert alla ritualit il passo breve, e forse, proprio per questa loro caratteristica, hanno assunto nel tempo il significato di cibo da penitenza e da consumarsi pertanto nei giorni di magro. Piatto classico del venerd sono infatti i ceci con il baccal, o la minestra di ceci, che ritroviamo in molte regioni italiane nel giorno dedicato ai defunti. Ma tornando al giorno della Vigilia, nelle famiglie povere dei contadini che abitavano le campagne circostanti la citt di Viterbo, i ceci entravano nel men della Vigilia sia come ingredienti di alcuni dolci (ceciaroli, ravioli dolci con i ceci), che per comporre la minestra di ceci e castagne o la caratteristica ed originale "zuppa di ceci e castagne", (secondo il gestore di Ranuccio II la zuppa si mangiava la sera perch lui lo ricorda benissimo, ma la vecchietta di Canepina con origini di Sipicciano ricorda che la zuppa di ceci, senza castagne per perch non di Viterbo, si mangiava a pranzo ), dove queste ultime rappresentavano non tanto un gustoso e raffinato abbinamento, quanto l’arricchimento obbligato del piatto con un ingrediente reperibile facilmente e gratuitamente. Infatti, in parte ancora oggi, ma in special modo alcuni anni fa, nel mese di Ottobre, lungo le strade e nei boschi dei monti Cimini, era ancora possibile raccogliere liberamente e in abbondanza le castagne, che venivano poi conservate in cantina e utilizzate, sia come caldarroste nelle frugali cene delle fredde serate invernali, che come sostituto dei ceci in questa particolare zuppa della vigilia. Ma dal momento che attualmente il men di questa serata risulta ormai pi o meno standardizzato in tutte le classi sociali, sia per il diffuso benessere che per la facilit di reperire ovunque qualsiasi prodotto gastronomico, noi oggi vogliamo riproporvi la ricetta di questa zuppa che potrebbe costituire una gustosa originalit o se vogliamo un modo piacevole di ritornare, in una giornata particolare, a riscoprire i sapori di quella civilt contadina che alle origini della nostra storia.

 

Advertisement

Vi invitiamo a visitare:
media & sipario
Il salotto buono dell'informazione
TUSCIAMEDIA
Quotidiano della provincia di Viterbo
azione digitale
comunicazione e servizi it