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Panmariti, Maritelli, Maritozzi

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Spesso quando si va alla ricerca dell’origine di alcune preparazioni cucinarie tradizionali, si deve partire da quello che è stato l’alimento fondamentale di tutti i popoli della terra, il pane. A conferma di ciò, si adduce quasi sempre il fatto che i cristiani lo hanno invocato nella loro preghiera più significativa: “Padre, dacci oggi il nostro pane quotidiano”. A seconda dei luoghi questo straordinario alimento, che nella tecnica di preparazione simile all’attuale viene fatto risalire agli antichi Egiziani, era confezionato con cereali diversi, in base alle disponibilità del territorio. Da noi, negli ultimi secoli, il frumento è stato il più usato, perché, oltre che essere prodotto localmente, era anche il più adatto, per la presenza di un alto contenuto di glutine, l’elemento fondamentale che sta alla base  del processo di lievitazione e che conferisce al prodotto finale una particolare leggerezza e sofficità. Lasciando da parte le aggiunte di altri componenti, come i grassi e i semi odorosi, e considerando trascurabile la presenza più o meno rilevante di sale, l’altra variabile, che ha fatto nascere le varie denominazioni è stata la forma. Questa, nel passato, è stata subordinata non solo alla comodità di preparazione, ma anche alla fantasia dei panettieri e alla necessità d’uso.
Ed è proprio questo ultimo elemento che ci conduce al tema che vogliamo trattare. Nella nostra regione, la pagnotta del pane ha sempre avuto una semplice forma tondeggiante o, al massimo, leggermente oblunga, come è ancora oggi, ma in alcuni paesi, per ragioni che spiegheremo, fino dall’inizio di questo secolo, venivano preparati anche piccoli pani di forma ovale, che rispondevano ad esigenze particolari. Teniamo presente che in gran parte del nostro territorio, nel passato, la principale fonte di lavoro era l’agricoltura, per cui dai centri dell’entroterra i braccianti agricoli e i guardiani di mandrie e di greggi dovevano recarsi a lavorare in luoghi distanti dalla loro dimora abituale, e più spesso per periodi più o meno lunghi, per cui erano costretti a portare con loro alcuni generi di prima necessità; tra questi uno dei più importanti era appunto il pane, elemento base di tutti i pasti. È stato quello il periodo che alcuni autori, dotati di fervida fantasia, hanno chiamato della “civiltà del pane”. Ed ecco allora che le nostre madri di famiglia, costrette dalla necessità a dover preparare un alimento che fosse comodo da trasportare nei famosi “tascapani” di pelle o di stoffa, avevano inventato delle piccole pagnottine, a cui davano nomi diversi a seconda della località, ma sempre legati al fatto che servivano per i loro mariti che andavano a lavorare lontano. A Vetralla, un comune poco distante da Viterbo, al confine con la Maremma laziale, questi piccoli pani prendevano il nome di “panmariti”, a Vignanello diventavano “panpariti, mentre a Carbognano venivano chiamati “maritelli”.
Dunque dei pani speciali, fatti apposta per i mariti che andavano a lavorare lontano. In occasione delle varie festività, ma specialmente a Pasqua, questi pani, come è accaduto per altri tipi di pane, venivano trasformati in dolci, quindi arricchiti con altri ingredienti, a seconda delle disponibilità economiche.  Questi piccoli pani, di forma ovale, in occasione di varie festività, in particolare quelle pasquali, venivano trasformati in “pani dolci”, con la semplice aggiunta di un poco di zucchero e di uvetta sultanina o zibibbo. Di questo fatto abbiamo la testimonianza della solita vecchietta, che abbiamo avuto la fortuna di incontrare  proprio a Vetralla, la quale, nel suo stentato dialetto, ci ha raccontato con queste precise parole la storia di questi piccoli pani. “Le Panmarite se facevino pe’ Pasqua insieme alle pizze. Ce se metteva la farina e ‘l zuccaro e se facevino tonne o sbillunghe e s’ontavano sopra coll’ova. Quelle che c’eveno più quatrine, ce mettevino mall’impasto pure l’uvetta e l’ova. Passata Pasqua, le panmarite (el pane pel marito), se preparaveno prima d’annà a meta [a mietere il grano], perché reggiveno mejo del pane, e se ‘nguattaveno sopra al credenzone pe’ nun facce arrivà le fije, che co’ la fame che c’era, si c’arrivaveno facevano Caporetto”. Con questa storia vera, che abbiamo raccontato, non vogliamo certo affermare che i pani dolci siano nati da queste parti, poiché sappiamo che già al tempo degli antichi Romani esistevano dei pani (i nastri panes) fatti con l’aggiunta di miele e di uva passa. Quello che abbiamo voluto dimostrare è solo l’origine del nome di alcuni pani dolci (panmariti, panpariti, maritelli), che in alcuni paesi della provincia si preparano ancora oggi in occasione delle feste pasquali, e che potrebbe esserci di aiuto a spiegare l’origine del nome del famoso “maritozzo” laziale, dal momento che da panmarito a maritello per finire a maritozzo, il passo non è poi tanto lungo.        
 

 

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