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Panpepato della Tuscia

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Il Panpepato

Ingredienti: 150 g ciascuno di noci, nocciole, mandorle, 150 g di miele, 50 g di frutta candita (pistacchi g.20), 30 g di pinoli, 100 g di uvetta sultanina, noce moscata, 100 g di cioccolato fondente, pepe un pizzico, mezza bustina di cannella, fior di farina q.b.

Sbucciare noci, nocciole, mandorle, pinoli (e pistacchi se graditi), privandoli della pellicina esterna dopo averli sbollentati, farli asciugare in forno lasciandoli tostare un poco. Tagliare a pezzi grossolani gran parte di questa frutta secca lasciandone una parte intera e unirla in una terrina insieme con i canditi tagliati a dadini, il cioccolato fondente tagliato a pezzettini, l’uvetta tenuta a bagno nel vino, una grattatina di noce moscata, un pizzico di pepe macinato fresco e con la cannella. A parte in un tegame sciogliere il miele, con un poco di acqua calda, versarlo nella terrina contenente gli altri ingredienti e, sempre a caldo, maneggiare il tutto aggiungendo una piccola quantit di fiore di farina, allo scopo di ottenere un impasto ben amalgamato e consistente, ma nel quale, rispetto alla pasta, prevalgano nettamente tutti gli altri ingredienti. Con questo impasto caldo formare delle palle di 12-13 cm di diametro, disporle su una teglia unta con olio di oliva, schiacciarle a formare una semisfera, ungerle in superficie con il miele sciolto in acqua e introdurle nel forno caldo. Pu accadere che all’inizio della cottura l’impasto tenda ad allargarsi, in questo caso si estrae la teglia e con le mani unte e ricoperte di farina si cerca di ricomporlo a forma di semisfera.

Il Panpepato il “nome antico di dolce, fatto di miele, canditi, spezie, pepe e mandorle”, dice il Panzini nel suo dizionario. Verona e Siena, quest’ultima citando i “panes melatos et pepatos” del 1200, si contendono la primogenitura di questo pane, che fin dall’inizio fu un vero dolce, derivato forse dal panspeziale medioevale, e non certo un qualcosa pi vicino al pane, come era il pangiallo alle origini. La ricetta che noi presentiamo una delle tante che si usano nella Tuscia e che ormai non si differenzia molto dal pangiallo, generando in tal modo una confusione divenuta ormai incontrollabile.

 

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Questa ricetta tratta dal volume "Tuscia a Tavola" di Italo Arieti.