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Carruba

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il nome del frutto di un albero sempreverde (Ceratonia siliqua L) Normal 0 14 (ing. carob, fr. caroube, ted. Johannisbrot sp. algarrobo Turchia keci-boinuzu)., alto fino a 6-7 metri, originario dell’Asia Minore, appartenente alla famiglia delle Leguminose, sottofamiglia Cesalpinieae.Il nome attuale di carrubo (o carubo, carrubio, carrubbio) deriva quasi certamente dall’arabo kharrub. Gli antichi greci indicavano quest’albero col termine di keratonia (da keras = corno, per la forma che a volte assume il frutto) e che sar poi ripetuto dai latini con i termini di ceration e ceratium (Columella I sec. d.C.). Il termine botanico attuale, ceratonia siliqua, deriva quindi dal latino. Non ci noto quando il termine ceration cominci a sparire e assunse, nel tempo, altri nomi nei vari dialetti dopo l’introduzione araba del termine carrubo. Il Felici nel 1572 parlando della “siliqua” dice “...che volgarmente si chiama carobla”. La radice araba poi rimasta in alcuni vernacoli come carubua in Liguria, caroboler nel Veneto, garrubo nella Calabria, carrua in Sicilia e garrota in Sardegna. Dall’antico “corno” dei greci troviamo invece la parola dialettale cornola della Puglia e cornacchie della Toscana. Dall’antica parola latina vajana, che indicava il baccello, cio il frutto del carrubo, troviamo ancora oggi guaianella in Lombardia, gavinella e canella nel Viterbese, vaianella in Abruzzo e la stessa vajana in Sicilia, con la quale si designa indifferentemente la carruba o il baccello della fava. Ed proprio al baccello, che in latino era detto siliqua, che spesso si accomuna l’indicazione del baccello della carruba, tant’ che ancora oggi chiamata silimba in Sardegna, quinella nel Lazio, fava d’Egett in Emilia. Non possiamo infine tralasciare la parola lomento, che in diversi testi nella lingua italiana (e non dialettale) indica genericamente il frutto secco dirompente in vari acheni, ma anche specificatamente la carruba. Altri nomi dialettali sono: baccelli dolci, nell’Alto Lazio, sciuscielle in Abruzzo, suscella in Puglia, ascenedda in Basilicata.

Storia citato pi volte da Plinio nella sua Naturalis Historia col nome di siliqua Syriaca (Libro XIII, 8-16). Di questa pianta, oltre a Plinio, ne parlarono ancor prima il greco Difilo di Sifno (De rebus naturalibus), Galeno, Strabone, Dioscoride, M.P. Catone, Varrone e Virgilio. Teofrasto, che lo chiama keronia, ricorda che il carrubo era coltivato fin dall’antichit e lo descrive diffuso a Rodi, nell’Asia Meridionale e in Sicilia. Nella parabola del figliol prodigo citata nel Vangelo di S. Luca, il figliolo, sotto gli stimoli della fame “invidia ai maiali di casa sua le silique che vengono date loro in pasto”. In Siria e Asia Minore sacro ai maomettani e ai cristiani, ed protetto da san Giorgio: le cappelle a lui consacrate vengono erette all’ombra del carrubo. Nei vangeli di Marco e Matteo si apprende che san Giovanni Battista sopravvisse nel deserto cibandosi di miele selvatico, baccelli di carruba e locuste. Per questo in Germania, Svezia e Danimarca lo chiamano Johannisbrotbaum (ovvero albero del pane di san Giovanni, ma anche albero delle locuste). Queste ultime, per, dalla tradizione cristiana sono state identificate come carrube. Anche una antica leggenda dei popoli nordici, specifica che le locuste mangiate dal Battista nel deserto non erano altro che carrube. Non si sa con precisione quando il carrubo fu introdotto in Italia, e anche se la citazione di Teofrasto e il termine latino ceratium, dal quale deriva quello botanico di ceratonia, fanno pensare che fosse presente nel nostro territorio fin dall’antichit, il nome attuale, carrubo, legato all’arabo kharrub, ad alcuni ha fatto dedurre che siano stati i soliti arabi ad introdurlo in Italia.

Botanica Il tronco tozzo, corto, spesso contorto, e spaccato in due fin dalla base. Il legno di questo albero molto duro e viene utilizzato per lavori di ebanisteria. La sua chioma, molto ombrosa, a forma di ombrello con i rami i cui estremi arrivano fino a terra; sotto uno di questi alberi, vero refrigerio nella calura estiva, sembra di trovarsi dentro una capanna. Oggi se ne trovano esemplari sulle rive pi calde della Liguria; lungo la costa tirrenica dal Lazio in gi; sulla costa adriatica a sud di Bari e nelle isole. Nella Sicilia sud-orientale coltivato in terreni aridi e spesso consociato con mandorli ed olivi. Ma soprattutto cresce in terreni compatti, rocciosi, poveri di terra, somiglianti ad una steppa ed impossibili a coltivarsi in alcun modo: qui i carrubi, verdissimi e rigogliosi, offrono un paesaggio unico, forse il pi caratteristico colturale della Sicilia. Non infrequente infatti trovare carrubi giganteschi e vegetissimi, uscire da uno spacco di roccia, dalla superficie nuda e levigata e che scotta sotto il sole: incredibile il loro adattamento a condizioni che appaiono contrarie alla vita vegetativa. comunque una pianta che predilige un clima molto caldo, essendo sensibile al freddo, alle gelate, ai venti freddi; non per nulla, e per la sua riconosciuta importanza, si sta propagando nella California ed in altri paesi delle Americhe. In Italia, guarda caso, il carrubo quasi sconosciuto ed del tutto irrisorio il suo sfruttamento. Le foglie del carrubo sono tondeggianti, coriacee, dal margine liscio, e dal colore verde lucido intenso; si presentano a 4-5 coppie disposte simmetricamente sui rametti. Esse contengono delle forti dosi di sostanze tanniche e per questa particolarit sono sfruttate industrialmente, insieme alla corteccia, per la concia delle pelli. Ma, in erboristeria, sia le foglie sia la corteccia, a causa delle propriet astringenti del tannino vengono utilizzate per frenare le diarree intestinali. I frutti del carrubo, quando sono ancore teneri e piccoli, si presentano come baccelli simili a quelli delle fave e sono detti anche silique. Si allungano fino a 10-15 cm. e con la maturazione, a giugno-luglio, assumono un colore marrone scuro; la perfetta maturazione avviene per a settembre. Hanno la superficie esterna molto dura; la polpa verde-ambrata, carnosa, grassa, dolce ed aromatica. Il frutto, una sorta di baccello di colore marrone scuro, piatto, coriaceo all’esterno con polpa commestibile, dolce; normalmente si raccoglie in agosto-settembre e si conserva per molto tempo, per, man mano disseccandosi del poco umore acquoso. che contiene. Le silique vengono utilizzate allo stato fresco, o secco, o passate leggermente al forno, come alimento (in minima parte); come foraggio (per la maggior parte); oppure per diverse utilizzazioni industriali. I semi del carrubo contenuti entro la polpa carnosa del frutto, sono di color bruno scuro, durissimi, talmente duri che i vivaisti li tengono a bagno in acqua per molti giorni prima di seminarli nei vasi. interessante soffermarci sul termine carate coi quale questi semi vengono definiti niella lingua italiana. Questo nome deriva dall’arabo qirat, cio “grano di carrubo” o anche “piccolo peso”, ma peso costante, infatti questi semi hanno la singolare caratteristica, appunto, di avere tutti uguale peso. Da questo termine carate si poi originato l’altro pi noto e famoso di carato che l’unit di misura che rappresenta il numero di parti in oro, contenute in 24 parti di una lega; e ancora l’unit di peso delle pietre preziose (variabile da paese a paese); e infine la 24 parte di un’oncia. I semi del carrubo sono ricchi di sostanze peptiche; macinati vengono ridotti a farina che verr utilizzata in diversi modi. Nell’industria, ad esempio, questa farina adoperata nella preparazione di prodotti dietetici a basso valore calorico (estratti vegetali per brodo; farine speciali. L’albume dei semi fornisce una sostanza gelatinosa usata come addensante per la preparazione dei gelati, biscotti, sciroppi e conserve e, mediante appropriati trattamenti, serve per la preparazione di prodotti per dare l’appretto ai tessuti. La farina dei semi di carrubo molto adoperata per uso cosmetico; una buona manciata, se mescolata nell’acqua calda per il bagno, avr effetto emolliente ed idratante sulle pelli aride e rinfrescante sulle pelli delicate ed infiammate. Lo stesso risultato idratante, emolliente e rinfrescante, si ottiene nelle applicazioni locali, soprattutto all’epidermide del viso (proporzione: 5% di farina di semi in acqua).

Dietetica La carruba contiene dal 30 al 60 % di carboidrati, con abbondanti sostanze amilacee, il 4-8 % di sostanze azotate. Ha quindi un alto valore nutritivo, calorico ed energetico: produce infatti oltre 150 calorie per 100 gr. di polpa. Dalle carrube macinate si ricava una farina che viene utilizzata quale principale componente di certi prodotti alimentari antidiarroici dei lattanti; protettivi nelle infezioni intestinali, gastroenteriti, enteriti e coliti. stato infatti accertato che le carrube assorbono parte delle tossine presenti nelle infezioni intestinali, agendo contemporaneamente come equilibratore della flora intestinale. Ma non basta, la farina del frutto del carrubo utilizzata per la preparazione di alcuni sciroppi specifici decongestionanti, espettoranti ed emollienti della gola e per profumare il vino scarno di caratteristiche (mescolata al mosto prima della fermentazione). Un tempo le carrube, frantumate, erano utilizzate quale materia prima per ricavare l’alcol, ottenuto dalla distillazione zuccherina. Gli erboristi usano anche le foglie e la corteccia, che sono ricche di tannini, sfruttando la loro azione parimenti astringente e antidiarroica.

In cucina Nel Medioevo si ricorreva alla carruba come ingrediente per le salse, alcune delle quali contenute nel testo del Messisbugo (1549). Dalla polpa si otteneva uno sciroppo, il melasso di carruba e dalla distillazione di questa, anche alcol ed ancor prima, si impiegavano per ricavarne lo zucchero. Come alimento, se ben matura e fresca, toglie la sete e lascia in bocca un piacevole aroma. Le carrube seccate o passate in forno diventano croccanti e sono, molto gradite dai bambini. Una delle poche preparazioni di questo frutto erano le caramelle di carrube. Le “vecchie” caramelle siciliane di carrube, si confezionavano in questo modo: si preparava prima uno sciroppo di carrube (1 kg. ben nettate, ben macinate e senza semi in 2 litri d’acqua) che si faceva cuocere a fuoco molto lento fin quando si otteneva un decotto dolce e sciropposo, molto denso. Si univa questo sciroppo ad uguale peso di zucchero, o miele, ed insieme si lasciavano su fuoco lento fin quando si otteneva un caramello. Si rovesciava il tutto su una lastra di marmo bene oliata e si spianava il caramello fino a ridurlo ad uno spessore di pochi millimetri. Appena il composto era tiepido si tagliava col coltello in tanti piccoli quadratimi: queste caramelle, appena fredde e vetrificate, venivano avvolte in una tradizionale carta bianca, spessa, da pasticciere. Erano particolarmente indicate per schiarire la voce. In alcune famiglie contadine della Sicilia si usa ancora oggi preparare uno sciroppo di carrube chiamato “zanfarru”, che si ricava facendo tostare le carrube in forno, schiacciandole poi quando sono fredde e diluendo questa farina in due parti di acqua. Filtrando questo liquido, aggiungendovi un poco di zucchero e facendolo un poco restringere, si ottiene uno sciroppo che unito al vin caldo considerato efficace contro la tosse e il raffreddore. Oggi le carrube, oltre alle indicazioni terapeutiche industriali che abbiamo detto sopra, per l’alto contenuto in zuccheri vengono spesso utilizzate come mangime per il bestiame. Sospettano che la farina di carruba venga utilizzata anche per preparare la famosa Sacher Tort, dal momento che l’Austria un grosso importatore di carrube.

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