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Ramolaccio o rapatrello

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il nome di una pianta selvatica (Raphanus raphanistrum L.) presente su tutto il territorio italiano, appartenente alla famiglia delle Crocifere, genere Raphanus, conosciuta anche con il nome di ravanello selvatico, ramolaccio selvatico, ramoraccio. Il termine “ramoraccio” di uso dialettale, ma lo stesso che secondo il Mattioli veniva usato fin dal 1500 anche a Roma, mentre il termine di ramolaccio pu creare confusione perch utilizzato anche per identificare l’altra pianta spontanea, il “ravanello comune” (Raphanus sativus), presente in natura anche allo stato spontaneo, che si differenzia dal ramolaccio perch presenta una radice di forma allungata o tondeggiante, commestibile, e dal quale poi derivato il ravanello coltivato. La parte commestibile del rapastrello rappresentata soprattutto dalle foglie e dalle cimette, in alcune zone chiamate “macchietti”, che si usavano per le insalate selvatiche. Il rapastrello diffuso su tutto il territorio italiano, dal livello del mare fino a ca. 1000 m di altitudine, cresce infestando le colture erbacee in generale; si trova in zone arboree, negli incolti e spesso vicino ai fontanili. In alcune zone questa pianta viene identificata anche con il nome di rafano, la qual cosa pu creare confusione, dal momento che il rafano (o cren) una pianta completamente diversa, che da Gaertner stata classificata nel genere Armoracia.

Etimologia Il primo termine del binomio il nome con cui i Greci e i Latini chiamavano il rapastrello (raphanus); esso si pu considerare derivato dal greco raphys = “rapa”, oppure da raphis = rafide, ago, in riferimento alla forma allungata e sottile della radice. Il secondo termine (raphanistrum) ha uguale origine con l’aggiunta del suffisso “istrum”, usato in latino con valore riduttivo, per indicare in questo caso la pianta selvatica. Le foglie lineari sono lunghe da fino a 20 cm, con segmento terminale lanceolato e con 3-4 segmenti laterali pi piccoli.

Caratteri botanici Pianta erbacea annuale, alta fino a 80 cm, leggermente pelosa, molto ramificata e ispida, dotata di una radice gracile e sottile e foglie inferiori lirato-pennatosette con segmento terminale slargato, le superiori ovali-lanceolate, dentate. Da marzo a giugno, produce fiori bianchi, venati di violetto. I frutti sono silique provviste di tipiche strozzature fra un seme e l`altro.

Caratteristiche Allo stadio giovanile il rapastrello pu essere confuso con altre giovani verdure mangerecce, quali il Cavolicello (Brassica fruticolosa Cyr.) e la Senape canuta (Hirschfeldia incana). Quest’ultima, detta in dialetto amareddu, normalmente non cresce su terreno vulcanico, ma nelle zone di confine coi terreni sedimentari, dove i due erbaggi possono coesistere, la confusione frequente per la notevole somiglianza; in certe localit, difatti, l’amareddu chiamato anche “razza marrali”.

Gastronomia Tutte le parti del rapastrello utilizzabili in cucina, dalle cimette al colletto (zona tra radice e fusto) hanno un tipico sapore piccante che conferisce alla verdura un “carattere” deciso, non a tutti gradito. Facendo parte della stessa famiglia delle rape (Brassiceae), le sue foglie somigliano vagamente, solo come sapore, a quelle delle cime di rapa, per cui in cucina possono essere consumate come queste, ossia ripassate in padella, da utilizzare come classico contorno per la salsiccia, per le carni di maiale arrostite, oppure come contorno del bollito. A volte vengono utilizzate per fare frittate, minestre e zuppe di verdure. In alcune localit questa verdura si pu utilizzare anche per condire la pasta, prelevando le cimette e le foglie tenere pi giovani, che vanno prima tagliate finemente, ripassate brevemente il padella con olio extravergine d’oliva, e mescolate con la pasta appena scolata, aggiungendo alla fine del formaggio grattugiato. Nel Montefeltro, con questa verdura si prepara la “pasta verde”, prelevando le foglie crude pi tenere, tagliandole e mescolandole a lungo con la pasta appena scolata, aggiungendo olio d`oliva e formaggio grattugiato. Nel Lazio il Rapastrello tenuto in grande considerazione e sovente si rinviene anche nei mercati. Questa erba nota anche all’estero. Le popolazioni dell`Est europeo, ad esempio, amano il forte sapore pizzicante del Rapastrello per meglio gustare la birra; a tale scopo masticano le radici della pianta allo scopo di stimolare la sete. Il colletto, abbastanza tozzo, si prepara tranciando la pianta alla radice e troncando le foglie verso la base; si ottiene cos un torsolo che si consuma crudo, come si fa con i ravanelli, anche in pinzimonio. Le foglie pi tenere e giovani, opportunamente lavate e private di qualche filamento si possono usare anche crude, da sole o da aggiungere nella famosa misticanza laziale, come ci conferma anche il Felici nel suo libro “Dell’insalata” del 1572. Proprio per questo motivo un tempo questa verdura veniva venduta nei negozietti di erbivendola in alcuni paesini del Lazio ed anche a Roma, come riporta il Mattioli nel suo libro.

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