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Lampascione

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il nome di una pianta erbacea perenne (Leopoldia comosa L. o Muscri comosum Miller) appartenente alla famiglia delle Gigliacee (Liliaceae), sottofamiglia delle Lilioidee, genere Leopoldia, della quale si consumano i piccoli bulbi. Chiamato con nome scientifico giacinto dal pennacchio, per pi conosciuto con i termini dialettali di lampagione, lampasciuolo, cipollaccio, cipollaccio col fiocco, cipolla di serpe, giacinto delle vigne, muscaro selvatico, muschini selvatici. Esiste anche un gruppo di piante molto simili, classificate nel genere Muscari, che probabilmente in passato venivano consumate ugualmente al posto del lampascione. La specie presente oggi sul mercato proviene esclusivamente da coltivazione non sempre italiana, sia allo stato fresco che in conserve. Il lampascione in Italia coltivato quasi esclusivamente nelle regioni meridionali, soprattutto in Puglia, dove primeggia la variet “Monstruosa”. Cresce anche spontaneamente nei prati pianeggianti delle regioni meridionali del bacino mediterraneo, particolarmente in Grecia, al limitare dei boschi o nei boschi stessi. Oggi la raccolta spontanea avviene solo nelle regioni meridionali (Abruzzo meridionale, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata), ed appannaggio soprattutto della comunit maschile. documentato, nei secoli passati, un loro uso anche nell’Italia Centrale.

Caratteri botanici Pianta perenne bulbosa, ha un aspetto in parte somigliante a quello di una pianta di cipolla, ma soprattutto pi somigliante a quella di un giglio selvatico. Il fusto cilindrico, privo di foglie nella parte alta, termina con una infiorescenza formata da un ciuffo (fiocco) di piccoli fiori di color azzurro-violaceo; alla base provvisto di tre-quattro foglie carnose, di forma lineare, pi larghe alla base e con apice acuminato, lunghe fino a 30 cm. I bulbi della pianta selvatica sono piccoli (3-4 cm di diametro) rispetto allo stelo, ovoidali, globosi e di colore bianco roseo, avvolti in squame cartacee pi scure, dette scientificamente tuniche. Di sapore amarognolo, questi bulbi si raccolgono durante il periodo estivo-autunnale e sono generalmente destinati al consumo fresco, ma si possono anche conservare sott’aceto. Quando si colgono i bulbi, sul finire dell’inverno, occorre controllare le foglie gi spuntate a fior di terra. Se si trovano bulbi con il germoglio ancora interrato meglio diffidare; un profano potrebbe scambiare questi bulbi con quelli del colchico: confusione fatale, essendo questo velenoso. Quando, invece, si preferisce cogliere i bulbi in primavera fino a mezza estate, occorre localizzarli seguendo quanto resta delle foglie e dei fusti fioriferi disseccati; in questo periodo il colchico ancora ben visibile e ce lo faranno distinguere le foglie. Se per nella zona il colchico non alligna, si pu operare con tutta tranquillit. Le foglie giovani del cipollaccio possono essere confuse con quelle del Muscri botryoides (muscari azzurro), non velenoso, ma neppure commestibile, se non che quest’ultimo preferisce i prati e i luoghi aperti, raro trovarlo nei boschi, ed emette le foglie dopo il fiore. Si conoscono alcune variet a fiori bianchi e bulbo bianco (Bellevalia romana) o nerastro (Muscari atlanticum)

Note storiche Secondo alcuni corrisponde al bulbus romano, citato da Plinio, considerato afrodisiaco e presentato da Apicio in numerose ricette. Marziale nei suoi epigrammi parla di bulbi salaces consigliandoli a quanti avevano una moglie non pi avvenente, ma non dato sapere se si riferisse proprio ai lampascioni, lodati per le loro propriet afrodisiache, dal gastronomo rinascimentale Baldassare Pisanello.

In cucina Fino a pochi anni fa, questo vegetale era praticamente sconosciuto al di fuori della fascia orientale delle regioni centro-meridionali. Oggi, invece, abbastanza diffuso su tutti i mercati italiani. I bulbi del lampascione si preparano facilmente: in genere si sbucciano, come cipolline, se ne asporta la base con le radici e si lavano per eliminare la terra. Se per si cuociono interi al forno come cipolle, non si sbucciano e si eseguono solo le due ultime operazioni. Molti suggeriscono di lasciarli a bagno in acqua fredda per 12 o anche 24 ore, dopo averli sbucciati o anche prelessati, per togliere loro l’amaro: ma questa una loro caratteristica, che non andrebbe eliminata se non in minima parte, e che a molti piace. Il sistema usato dai pugliesi, che ne sono i maggiori consumatori, di lessare i lampascioni per 15 minuti in acqua salata, eliminare quest’acqua e finire di cuocerli (altri 15 minuti circa, o finch siano teneri) in altra acqua bollente salata. Poi, dopo averli tagliati in quarti e lasciati macerare una notte in acqua fredda, si possono condire in insalata con olio e aceto o usare per altre preparazioni. Comune l’usanza di friggerli, con o senza uova, ma sempre con l’immancabile peperoncino, o di metterli sott’olio. In questo modo vengono poi adoperati per la preparazione di numerosi piatti regionali, compresi quelli a base di carne, d’agnello soprattutto. Al Nord la loro raccolta ed il loro consumo, veicolati dalle tradizioni alimentari “esportate” dalla migrazione meridionale, ritornano in auge tra le generazioni pi giovani, acculturate, che suggeriscono un uso dei giovani germogli primaverili cotti come le altre verdure, oppure in frittata, o fritti con la pastella. Crudi non si conservano a lungo: al massimo 2 giorni in frigorifero, nel reparto per le verdure. I bulbi rosa della Leopoldia sono considerati i migliori dalle popolazioni lucano-pugliesi, mentre gli altri (bianchi o neri, derivanti da diverse specie di Muscari o Bellevalia), dal sapore poco pronunciato, hanno avuto un ruolo soprattutto nel tempi di carestia del passato.

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