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Barba di becco comune

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il nome di una pianta erbacea annuale, biennale o talvolta anche perenne (Tragopogon pratensis) (fr. barbe de bouc o barbe de chvre, ing. goat’s beard, ted Bocksbart, sp. barba cabruna).appartenente alla grande famiglia delle Compositae, sottofamiglia delle Liguliflorae, trib Cichorieae, genere Tragopogon, presente in tutte le regioni italiane, escluse le isole, ove conosciuta sotto svariati nomi dialettali. Cresce spontanea nei prati, nei pascoli e nei siti erbosi freschi, dalla pianura alla collina fino alle zone di media montagna. Raramente supera i 2000 metri. Ha una radice principale a fittone, molto sviluppata, dalla quale partono delle radichette secondarie molto esili e spesso ramificate. Al colletto della radice principale ci sta una corona formata da residui di foglie morte che si allinea col piano del terreno. Generalmente nel primo anno sviluppa una rosetta basale di foglie e nell’anno seguente ha origine lo stelo fiorifero. Lo stelo della pianta liscio con striature, fistoloso e raggiunge i 40-60 cm. di altezza, generalmente semplice o recante 1-2 ramificazioni. Le foglie sono carenate, alterne, lanceolate, lineari, carnose e nastriformi (lunghe 20-30 cm), terminano a punta sottilissima; talora per l’apice ricurvo e increspato; sono amplessicauli ed hanno un po’ l’aspetto delle foglie del grano. I fiori, terminali e solitari, di colore giallo vistoso, sembrano delle grandi margherite di 5-6 cm. di diametro e somigliano, per colore e per forma, a quelli del dente di leone, con uno stelo alto fino ad un metro. Quello che comunemente viene chiamato fiore in realt un “capolino” ossia un’infiorescenza composta da numerosi veri fiori (40-50) che per la pressione esercitata reciprocamente da uno contro l’altro si sono adattati subendo talora delle trasformazioni profonde. Sono ermafroditi, pentameri, ligulati, troncati, con 5 denti un po’ pi lunghi all’esterno. L’involucro cilindrico o campanulato ed ha 8-10 squame lungamente acuminate e saldate parzialmente alla base; queste squame hanno colore verde-bluastro e sono disposte in due ranghi alterni. Gli involucri vengono a chiudersi verso mezzogiorno e nelle giornate particolarmente nebbiose, assumendo una caratteristica forma perfettamente conica. Quando i frutti maturano, le squame tendono a rovesciarsi in fuori. Il ricettacolo nudo e le antere sono caudate, mentre lo stilo, molto sottile, tomentoso distalmente e si biforca in due esili diramazioni. I frutti sono degli acheni prismatico-cilindrici con striature ruvide ed un becco sottile che deriva dalla trasformazione del tubo calicino. Il becco termina in un pappo piumoso di colore bianco rossastro e talvolta giallognolo con le barbe che si intrecciano. A maturazione completa dei frutti, la pianta assume un aspetto caratteristico di palla piumosa (il cosiddetto soffione) di 5-6 cm. di diametro. Al minimo soffio di vento, o soffiandovi sopra come fanno i bambini per gioco, i pappi si librano nell’aria trasportando anche a grandi distanze il seme. La pianta recisa emette un latice biancastro di sapore dolciastro e questo particolare pu essere di aiuto per identificare con sicurezza il Tragopogon e non confonderlo per esempio con alcune graminacee che hanno foglie e portamento analogo. Se non si danneggia la radice, raccogliendo la pianta a livello del terreno, i ciuffi di foglie rispuntano e possono fornire facilmente ulteriori raccolti. Le foglie a mazzetti giungono nei mercati in primavera, ma in quantitativi limitati e non perci sempre reperibile in tutti gli spacci o bancarelle o mercati. Coloro che dispongono di un giardino o di un orto familiare, possono intraprenderne la coltivazione, che non presenta difficolt, quando il terreno, beninteso, sia profondamente lavorato, ben concimato ed opportunamente irrigato. La semina si effettua in marzo od aprile, secondo le localit, preferibilmente disponendo i semi in buche distanti tra loro, in ogni senso, circa 30 cm. Si lascia, in seguito, per ogni buca, la pianticella pi vigorosa, estirpando le altre. Le operazioni culturali si riducono alle solite scerbature, qualche rincalzatura e alla irrigazione in caso di siccit. Se lo si desidera, gi in autunno potrebbero essere utilizzate le radici; lasciandole invece nel terreno, nella primavera successiva si avr la rigermogliazione della parte aerea, del famoso ciuffo di tenere foglie che potr essere raccolto e consumato. Non bisogna ritardare troppo tale raccolto in quanto le pianticelle iniziano presto il processo di infiorescenza, diminuendo cos in tenerezza e sapidit, diventando inadatte per essere consumate.

Notizie storiche In greco Tragopogon significa barba di capra (“tragos” caprone e “pogon” barba); pratensis indica che una specie tipica dei prati. Troviamo le prime menzioni di questa pianta in Dioscoride e la denominazione risale secondo alcuni all’aspetto caratteristico del frutto che con l’esile becco e col piumino del pappo ricorda il ciuffo di una barba caprina. Secondo altri il nome dovuto all’aspetto delle foglie che quando emergono dal terreno a primavera se ne stanno ritte e rade come il ciuffo che orna il mento delle capre. L’antica denominazione stata tradotta e riportata in quasi tutte le lingue moderne. Nel libro XXVII (Nat. Hist.), Plinio parla di questa pianta al Cap. 117. Contrariamente alle sue abitudini Plinio si mostra molto avaro di notizie e di dettagli sul Tragopogon, che dice chiamarsi anche “come” ed essere di poca utilit; lo definisce una pianta tipica dei terreni rocciosi, dallo stelo esile sormontato da un grande calice nero con foglie simili a quelle del Crocus (pianta molto nota a quei tempi per la produzione dello zafferano e di essenze profumate) e radice lunga di sapore dolce. Costanzo Felici afferma che “le sue radice al tempo dell’inverno vole servire nel’insalate per essere assai dolce e gustevole, ma pi quella dal fiore giallo che quella del fiore purpureo o scuro ......”

Gastronomia Questa pianta sempre stata utilizzata per le sue bianche radici lunghe e coniche, che vengono raccolte sia nel primo che nel secondo anno di vegetazione ed usate in cucina al pari delle radici di scorzonera, dalle quali si distinguono appunto per il colore molto pi chiaro, per cui da alcuni viene chiamata scorzobianca. Le radici, di sapore dolciastro caratteristico, sono commestibili previa bollitura in acqua. Queste radici appena tagliate tendono ad annerire perdendo in gran parte i pregi organolettici; perci se non vengono cucinate immediatamente vanno tenute immerse nell’acqua. Le radici e i giovani getti, si possono consumare in minestra, in frittata, oppure lessi, conditi con olio e limone, ottimi anche passati in padella al burro. Le foglie pi tenere possono essere consumate anche crude in insalata, le conferiscono un buon sapore. Nelle preparazioni pi semplici pu essere utilizzata anche come piatto a s, al pari della cicoria e della catalogna (dopo averla lessata si condisce con olio d’oliva sale e succo di limone e si serve ancora calda,) oppure quale contorno a piatti di carni lessate, arrosto o ai ferri, sostituendo altra verdura. Il sapore non particolarmente intenso ma ha delle sfumature delicate che negli esemplari rigogliosi (raccolti soprattutto ove il terreno pi umido e fertile) privo di punte amarognole che sono spesso una caratteristica delle verdure selvatiche. Per questa sua particolare delicatezza i germogli della barba di becco sono entrati in varie ricette al posto degli asparagi riuscendo spesso non meno gradite di questi. I suoi tessuti hanno il vantaggio, sempre se sottoposti ad un giusto tempo di cottura, di non spappolarsi e di rimanere, come suol dirsi, “al dente”, pur mantenendo un opportuno grado di tenerezza. Il suo particolare aroma riesce gradito alla maggior parte dei consumatori. Per se la pianta troppo adulta, pur rimanendo perfettamente commestibili, le foglie assumono una consistenza un po’ dura ed alla masticazione paiono coriacee.

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